INTRODUZIONE

Avventure dell’immagine

di BRUNO BANDINI

Disponiamo della realtà in virtù degli strumenti che abbiamo per interpretarla.
Come dire: la realtà non è data una volta per tutte e non comunque si presenta allo stesso modo.
Se i mezzi sono migliori, più analitici, la realtà appare ai nostri occhi “modificata”, “differente” perché più vera”.
Più o meno è quello che, negli anni Trenta, scriveva Martin Heidegger nei saggi che confluiranno nei Sentieri interrotti. Ma allora la “realtà” è una costruzione? Una pura funzione o proiezione del nostro pensiero?
Non si tratta di questo; non si tratta di professare un relativismo tanto volgare quanto inesatto.
La realtà è frutto del nostro operare, del nostro sforzo di conoscere e le premesse di questa attitudine radicale sono tutte comprese della grande crisi inaugurata da Nietzsche (la verità risiede nei metodi che si impiegano per conseguirla) e nella “teoria della relatività” di Einstein (il fenomeno indagato non si modifica, ma la posizione dell’osservatore ne condiziona la comprensione, l’esito, la risoluzione).
La realtà dunque c’è, non si dissolve in virtù di un atto della nostra volontà: ci fronteggia, dura e seducente, insidiosa e provocante.
Roberto Bocchini è una sorta di erede di questi presupposti che segnano le avventure “moderne” dell’immagine.
Con la complicazione ulteriore che le sue immagini sono frutto di un ulteriore processo di smontaggio, o se si preferisce di decostruzione, che accompagna la vita delle immagini durante la lunga – e mai conchiusa – crisi della modernità.
Ma procediamo con ordine. O meglio, cominciamo dalla fine. Vale a dire dall’ultimo prodotto della sua immaginazione: un “acquerello digitale” che sembra sintetizzare la maturazione del suo pensiero. Su uno sfondo apocalittico, pervaso da fumi malsani, macchine che trasportano “macchine” ormai fuori uso avanzano, raccogliendo indifferenti gli scarti che abbiamo abbandonato. È la raccolta di macerie che hanno un aspetto umano. Ma di umano hanno solo l’apparenza. Il loro corpo, il colore che lo avvolge, di umano non ha niente: si tratta di androidi, di macchine che abbiamo creato e che ora paiono diventate obsolete.
Si tratta di una visualizzazione della tragedia dell’età della Tecnica?
Che cosa si cela ancora di veramente umano dietro una macchina “anonima” che raccoglie una macchina “antropomorfa”?
Qual è la premessa dell’enigma che abbiamo di fronte?
A Bocchini interessano i presupposti dell’immagine, e, soprattutto, la possibilità che abbiamo di “manipolarle” attraverso logiche compositive che mettono a confronto l’artefatto digitale e il documento – sia esso un precedente fotografico o un atto creativo autonomo – che seleziona la realtà, il mondo che ci ospita.
Documenti e artefatti, certezze – reali o presunte – di realtà e movimenti progettuali che ne assumono variabili sottili, luminescenze, riverberi, occultamenti.
A modo suo Bocchini è un collezionista. Non tanto e non solo perché prosaicamente mantiene un riferimento più o meno esplicito con la propria memoria, quanto piuttosto perché ha trovato un modo, un punto di riferimento, che è ad un tempo tecnologico e creativo, all’interno del quale le immagini produco se stesse in modo continuo e sempre sorprendente.
Un po’ come l’ Aleph di Jorge Luis Borges: un luogo dove tutto si concentra e si scompone.
Dove il tempo ha sempre un nuovo inizio. Dove ogni storia, anche quella delle immagini, si manifesta e si ridisegna.
«La grande domanda – scriveva Emilio Villa nelle Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – è quella che vuole conoscere come avviene il trapasso, nel caos dei dati giunti fino a noi, come una risacca, in un amalgama fonetico baluginante ma senza luce ferma e fisso riverbero, il trapasso, in diagonale, da mito a concezione cosmologica, da mito a teologia, da mito a leggenda, e da storia a mito o da mito a storia; o non forse trapasso mai, ma come si determina il flusso degli incroci e degli attriti: una peripezia di cicli, di parabole, di invenzioni, di aperture, di inclinazioni».
Nei cicli cui ha dato vita nel corso degli anni la fotografia gioca un ruolo centrale; ma questo strumento sarebbe poca cosa se non potesse essere trasfigurata, interrogata nella sua intima struttura, contaminandola non con il ricorso ad un programma, ma moltiplicando le forme di intervento che i programmi possono fornire. Il dato, la certezza, la “realtà”, diventa un pretesto per generare altre immagini.
Entriamo nel regno dei privates Paintings di Bocchini, dove la lettura tecnologica dell’oggetto ne dissolve sia la compattezza spaziale, sia la durata, il suo darsi nel tempo. C’è qualcosa dietro ognuno di quei “quadri”, qualcosa di concreto (fosse anche un segno tracciato con il gesso o una velatura generata dalla pittura), ma di questo perdiamo la certezza.
È un regno di emozioni e di memorie, pieno di inquietudini (come ha rilevato Andrea Piancastelli), dove è possibile riscoprire le tracce di suoi e di colori che altrimenti il “mondo” rischierebbe di dimenticare.
Eppure non sono certo che nella produzione immaginifica di Bocchini prevalga il romanticismo rassicurante di chi è convinto che quell “mondo” sia indirizzato a ritrovare una misura che resista.
Ma forse, per dirla con Maria Zambrano, c’è una “ragione poetica” che sostituisce il suo inesausto desiderio di interrogare la Tecnica: pensare a partire dal vuoto che ci abita, nel tentativo di raggiungere una pienezza dove passività e materia quasi si dissolvono.

BRUNO BANDINI

Laureato in Filosofia (Firenze, 1976).
I suoi interessi inizialmente rivolti agli studi storici, si sono poi concentrati sulle questioni storico-artistiche, specie nelle loro implicazioni antropologico-letterarie, con una vasta produzione critica sulla storia dell’arte antica e moderna, l’estetica, il ghaphic design, i linguaggi della critica d’arte.
Libero professionista dal 1991, ha insegnato in numerose scuole e università.
Dal 1991 è docente di Storia delle comunicazioni visive presso l’ISIA di Urbino.